lunedì 22 ottobre 2018   |  
foto Giorgio Mangani

Una autobiografia intellettuale
Premessa

Rileggere il proprio Curriculum ha un effetto antidepressivo: sembra che tutto sia avvenuto con metodica progressione e secondo un processo razionale, come nelle analisi evoluzionistiche ormai fuori moda.
Manca a questo “genere letterario”, divenuto di moda negli anni della mobilità professionale, una sensibilità per il carattere spesso casuale delle esperienze professionali, scientifiche e lavorative (non vi ha ancora preso campo la lezione di Bruno Latour). Esso somiglia anche un po’ alle “Invenzioni della tradizione” di quelle comunità che, raggiunta una maturità, si costruiscono un passato coerente con ciò che si vuole rappresentare come una identità.
Per quanto anche questo documento non costituisca un’eccezione rispetto ai vizi del “genere”, debbo confessare di avere abbastanza chiaro il grado di casualità che ha pesato nella mia attività scientifica e professionale, ma è anche vero che, a volte, dietro l’apparente girovagare della mente dietro le proprie curiosità, mettendo in fila i pezzi, o meglio, nel mio caso, componendone la mappa, ne può venir fuori una logica cui non si aveva fatto prima sufficiente attenzione.
Questa logica, a quasi trent’anni dall’inizio della mia attività, ho cercato di ricostruire qui per ritrovare, o forse imporre, un senso alla mia esperienza scientifica che in un recente saggio sul mio lavoro Massimo Quaini (2007, p. 161) ha definito come “eclettica e vagabonda officina”. Una “officina” che ha infatti sempre convissuto, gioverà precisarlo, con la mia contemporanea e prevalente attività professionale legata all’editoria di cultura e all’organizzazione culturale.
    



Tra storia delle idee e storia della scienza
I miei studi di geografia culturale, storia del pensiero (e dell’immaginario) geografico, storia della cartografia, anche quelli più applicati, hanno una forte componente teorica, connessa a un interesse che ho sempre nutrito per lo studio del metodo e la storia della scienza.
Ho cominciato d’altra parte ad occuparmi di storia della scienza e di epistemologia storica durante gli anni dell’Università, quando i miei interessi erano prevalentemente rivolti al mondo antico. I miei primi studi si muovono intorno al rinnovamento metodologico impresso alla storiografia del pensiero antico dal gruppo coagulatosi tra gli anni Sessanta e Settanta a Parigi (Collège de France e Ecole Pratique des Hautes Etudes en Sciences Sociales) intorno agli storici Jean-Pierre Vernant e Marcel Detienne.
Durante i miei studi universitari l’approccio strutturale, comparativo ed antropologico di questi studiosi alla storia dei sistemi di pensiero, che anche in Italia si vengono in quegli anni traducendo, appare rivoluzionario e degno di attenzione esercitando una notevole influenza su di me. A questo argomento sono dedicati Spazio geometria e politica: le origini del pensiero greco nell’interpretazione di Jean-Pierre Vernant (1979), dove viene sottolineato l’impiego del modello ”spaziale” nell’interpretazione delle origini del pensiero antico; Sul metodo di Eric Dodds e sulla sua nozione di ’irrazionale’ (1980) dove cercavo di identificare nei lavori dello studioso inglese della cultura greca Eric Dodds i germi di una nuova scuola definita di ”psicologia storica”.
Si tratta di piccoli interventi critici che poi vengono recuperati nella mia tesi di laurea incentrata sul tentativo di individuare le specificità metodologiche del gruppo di Vernant tra le tendenze degli strutturalisti ortodossi da una parte e degli storicisti dall’altra (Antropologia e storia della filosofia antica. Il metodo della scuola di Jean-Pierre Vernant), che, per quanto presentata e discussa nell’ambito della ”Storia della filosofia antica”, si caratterizza prevalentemente per un taglio di carattere storico-epistemologico.
Sommario della tesi: Introduzione. 1. Prima del principio di non contraddizione, le ambiguità del linguaggio mitico. La nozione di pharmakòs. Una verità binaria. Per un comparatismo strutturale. 2. Le origini del pensiero filosofico. Le origini del pensiero greco: spazio, geometria e politica. La teoria linguistica. La teoria marxista. La teoria sociologica. Dal mito alla filosofia. 3. La nozione di lavoro tecnico e la ”coscienza di classe”. Marx e le società precapitalistiche. Primitivisti e modernisti. I sostantivisti. Gli strutturalisti: Maurice Godelier. 4. Una logica della circolarità. Tavole. Bibliografia.

Nel corso di questi studi ho avuto modo di conoscere personalmente Vernant e Detienne e di trarre dai loro modelli interpretativi molti spunti di lavoro utili per lo studio dei rapporti tra antropologia, etnografia e geografia antica. In occasione della grande mostra di geografia ”Cartes et figures de la terre” del 1980, organizzata a Parigi dal Centro Pompidou comincia invece il rapporto di collaborazione e di scambio con Christian Jacob, allora allievo di Detienne, oggi (2007) Ricercatore al Cnrs di Parigi, e con Frank Lestringant, già professore  di letteratura del rinascimento all’Università Charles De Gaulle di Lille, oggi a Parigi-Sorbona, entrambi impegnati in un ampio riesame della storia del pensiero geografico antico e moderno. In sintonia con i loro interessi ho proseguito alcuni dei miei studi.
La caratterizzazione storico-geografica dei miei lavori si è andata poi accentuando negli anni successivi, ma i miei interessi hanno conservato una forte curiosità per gli aspetti epistemologici e teorici delle scienze geografiche (immaginario geografico storico, cartografia simbolica, antropologia del viaggio). È questo il caso della curatela e della traduzione italiana, da me curata, del volume Le origini della scrittura scientifica. Come è nata e come funziona l’argomentazione del saggio sperimentale di Charles Bazerman, docente alla City University di New York, incentrato nel tentativo brillante e provocatorio dell’autore di isolare le caratteristiche del ”genere letterario” del saggio scientifico, sostanzialmente inventato da Newton con il suo articolo Una nuova teoria della luce e dei colori apparso sulle ”Transactions” della Royal Society nel 1672, del quale il libro è una efficace esegesi, capace di rivelare le astuzie retoriche del grande fisico inglese messe in campo per convincere la comunità scientifica della fondatezza delle sue teorie. Pur trattandosi, per quanto mi riguarda, di una operazione prevalentemente editoriale, la cura di questo volume, per il quale ho scritto l’introduzione (Una retorica del testo scientifico, 1991, pp. 7-14), mi è stata estremamente utile nei successivi sforzi per ”decodificare” i contenuti ”narrativi” dei testi scientifici geografici e dei documenti cartografici antichi.

La storia della cartografia
Lo studio della storia della cartografia è sorto entro il più ampio interesse storico-epistemologico in modo quasi casuale: ero stato infatti incaricato, nel 1979, di catalogare il patrimonio cartografico storico riguardante le Marche con l’obiettivo editoriale di pervenire alla pubblicazione di questa fonte per la storia del territorio regionale nel secondo volume di un Atlante storico del territorio marchigiano (1980b), sostenuto editorialmente dalla Cassa di Risparmio di Ancona, la mia città.
Il catalogo fu pubblicato nel 1982  con un saggio di corredo, Connotazioni ideologiche del fare cartografico. La cartografia storica delle Marche, nel quale, uscendo per la prima volta dall’ambito antichistico, tentavo di proporre, oltre all’analisi filologica delle carte, una ricostruzione del loro significato e delle motivazioni, spesso storico-politiche, della loro realizzazione. Nello stesso volume il medesimo approccio veniva applicato allo studio delle guide turistiche ed ai manuali di viaggio dedicati, dal ’700 in poi,  alla descrizione della regione marchigiana in un breve testo dal titolo Le Guide: miti e ideologie del godimento territoriale (1980).
Il tema del ”territorio”, nato dall’approfondimento del significato che la cartografia storica regionale presentava per gli architetti, i geografi e i progettisti della pianificazione urbana e territoriale e che era stato sollecitato dai rapporti redazionali con gli altri autori dell’Atlante (impegnati per lo più in attività didattica universitaria in istituti di storia, geografia e pianificazione territoriale) fu all’origine di un mio interessamento per le teorie interpretative del paesaggio e dello spazio geografico alle quali dedicai, nel 1979, un piccolo saggio che doveva costituire una sintesi storico-culturale del concetto di paesaggio, come esso era stato concepito in discipline diverse quali la storiografia, la geografia, la progettazione. Si trattava di un lavoro dagli obiettivi concreti: creare una premessa teorica per una nuova forma di tutela paesistica, esigenza poi recepita sul piano legislativo a livello centrale e regionale negli anni successivi.
Il saggio (Verso un nuovo concetto di paesaggio) fu pubblicato in volume insieme ad un testo dedicato alla storia del paesaggio marchigiano dallo storico Sergio Anselmi (docente di storia economica alle Università di Ancona e Urbino, molto noto in Italia, recentemente scomparso) con il titolo Il territorio dei beni culturali  (1979) ed ebbe un certo seguito in sede universitaria; fu infatti ripubblicato per esigenze didattiche  del Politecnico di Milano nel volume Natura e architettura. La conservazione del patrimonio paesistico,  a cura di M. Boriani, L. Scazzosi (1979), insieme ad interventi di Massimo Quaini, Paola Sereno ed altri. Ho successivamente raccolto i miei studi sulla catalogazione dei beni culturali, sul paesaggio e sulla storia di un museo scientifico marchigiano dell’Ottocento, in La tutela impossibile. Beni culturali e sviluppo regionale (1995):
1. La tutela dei beni culturali nelle Marche. Cento anni di discussioni. 2. Verso un nuovo concetto di paesaggio. Dal panorama alla ecologia del paesaggio. 3. L’alfabeto della natura. Le collezioni di storia naturale del gabinetto scientifico di Luigi Paolucci.

Tra il 1982 e il 1985, i miei studi prendono un più preciso indirizzo storico-cartografico. La carta mi appare come una sorta di ”metafora assoluta”, come l’ha definita il filosofo tedesco Hans Blumenberg, cioè uno strumento espistemologico formidabile per comprendere, oltre alla storia dello spazio, i rapporti che i diversi saperi scientifici intrattengono fra loro, con la società e la cultura, una sorta di enciclopedia storico-scientifica.
Nel 1982 cerco di sintetizzare a Pisa, alla IX Conferenza internazionale di storia della cartografia, i più significativi risultati della mia ricerca dedicata alla storia della cartografia marchigiana nel tentativo di non limitarne la portata al solo livello compilativo (La cartografia come fonte per la ricostruzione dell’idea di una regione, 1985). Ma contemporaneamente i miei interessi si rivolgono alle metodologie di analisi utilizzate sopratutto in Francia nello studio della storia del pensiero geografico.
Gli scambi epistolari ed i soggiorni di studio nelle reciproche sedi di lavoro con Christian Jacob, Frank Lestringant e poi con Michel De Certeau (accreditato storico del pensiero religioso interessato alla cartografia e geografia, considerata un potente modello ”mistico” del sapere scientifico occidentale, scomparso nel 1986 dopo molti anni di insegnamento universitario a Parigi e a San Diego), mi offrono numerosi stimoli.
Partecipo a vario titolo ad alcuni seminari di studio (a Urbino come borsista del Centro internazionale di semiotica e linguistica, nel 1980, al seminario ”Recit d’espace” di De Certeau; a Macerata nel 1984 al convegno organizzato da quella Università sulla geografia antica, al quale presento una relazione scritta a quattro mani con Christian Jacob (edita nel 1985); a Parigi, nel settembre 1987, al Colloquio internazionale sulla cartografia antica organizzato da Jacob, con una relazione, poi edita nel 1990). Mi interessa in modo particolare acquisire la capacità di interpretare le carte come dei “testi” complessi nei quali procedure narrative, discorsi, ideologie, teorie scientifiche e sentimenti religiosi si confondono strettamente. Mi pare, insomma, utile tentare di andare al di là del discorso generico che ”le carte sono una rappresentazione del potere” e cogliere specificamente il senso di ogni documento senza perdersi nella sola erudizione descrittiva (su questo tema ho cercato di sintetizzare precocemente e anche un po’ confusamente alcune proposte nel mio La cartografia come semiotica connotativa: per una critica semiologica delle ideologie dello spazio geografico, 1979).
Molte di queste riflessioni trovano spazio in sedi diverse grazie all’interessamento di singoli studiosi (storici del mondo antico come Bruno Gentili dell’Università di Urbino; Pietro Janni, filologo classico dell’Università di Macerata dedicatosi anche alla storia della geografia antica del quale sono stato allievo  in quell’Università; Luciano Canfora, antichista dell’Università di Bari; più recentemente David Woodward, curatore della prestigiosa History of Cartography della Chicago University Press), che mi offrono il loro consiglio e la possibilità di pubblicare alcuni lavori che qui sintetizzo.

Atlas d’enfans. Retorica dello spazio e ”arte della memoria” nella pedagogia geografica degli Atlanti per fanciulli, in ”Erodoto”, n. 5-6 (1982), pp. 95-101.
Un breve intervento in un numero della rivista dedicato alla ”Geografia nella scuola”. Il saggio ripercorre i rapporti tra cartografia ed arte della memoria, esaminando la funzione prevalentemente mnemotecnica dell’insegnamento della geografia, come è stato inteso dalla pedagogia dei Gesuiti.

Carte. I luoghi del sapere, in O. Calabrese, R. Giovannoli, I. Pezzini (a cura), Hic sunt leones. Cartografia fantastica e viaggi straordinari, Milano Electa 1983, pp. 72-75.
Inserito in un volume che doveva introdurre criticamente al  percorso espositivo di una mostra nel quale compaiono testi e saggi di Italo Calvino, Omar Calabrese, Marica Milanesi, Umberto Eco, insieme ai più simili interventi di C. Jacob e F. Lestringant, questo saggio si propone di rintracciare il rapporto profondo intercorso tra la ”carta” e l’enciclopedia, tra la funzione mnemotecnica e l’organizzazione logica del sapere. Ne emerge come un programma di analisi degno di ulteriore approfondimento la nozione mistica, ermetica e cabbalistica di enciclopedia-teatro ed i suoi rapporti profondi con la genesi del Theatrum orbis terrarum (Anversa 1570), primo atlante geografico a stampa di Ortelio.

La ”macchina dei climi”. Enciclopedismo, geografia, economia scritturale, in ”Quaderni Urbinati di Cultura Classica”, n.s. vol. 14, n. 2 (1983), pp. 131-152.
Il saggio era sostanzialmente un progetto di ricerca incentrato sulla geografia stoica, che introduce nel pensiero geografico antico un criterio sistematico, una logica dei pieni sui vuoti, una relazione funzionale stretta tra organizzazione dello spazio, teoria dei climi e teoria del linguaggio.

Nuove prospettive metodologiche per lo studio della geografia del mondo antico, in ”Quaderni di storia”, n. 21 (1985), pp. 37-76 (in collaborazione con Christian Jacob).
Scritto in collaborazione con Jacob, il saggio, che è la elaborazione di un intervento al Convegno sulla geografia antica tenutosi  nel 1984 all’Università di Macerata, riepiloga i nodi strategici della riflessione sulla geografia antica ancora irrisolti, sottolineando la necessità di superare la tradizionale idea evolutiva del progresso delle conoscenze per affrontare un’analisi complessiva e sistematica della disciplina geografica antica e dello statuto da essa rappresentato (e dal geografo) nella cultura scientifica del tempo, passando in rassegna gli studi e gli esempi  metodologicamente più significativi.


Gran parte di questo periodo è dedicata allo studio del pensiero geografico antico nel tentativo di dimostrare, sulla scia del messaggio di Vernant e di Detienne, che la geografia e la cartografia antiche vanno analizzate, con Kuhn, come mondi epistemologici intraducibili nelle loro corrispondenti discipline moderne. Un esempio di questo orientamento può essere il saggio Procedure congetturali nella geografia greca antica (1990), nel quale lo studio delle procedure congetturali messe in pratica dal geografo antico dimostra il carattere essenzialmente qualitativo del suo ragionamento cartografico anche in quei casi in cui esso sembra pervenire a misurazioni astronomiche e matematiche. Abituato a misurare lo spazio congetturando la distanza tra i luoghi con i tempi di percorrenza e ad identificare le ”regioni parallele” paragonando la somiglianza dei climi, il cartografo antico mescola dati ed informazioni notevolmente arbitrari per procedere a calcoli ben poco attendibili nel senso che noi moderni possiamo attribuire a questo termine, sintomi di una nozione di ”esperienza” del tutto particolare e incomparabile con il moderno empirismo.

Per una nuova storia della geografia e della cartografia
A partire dal 1990 i miei interessi scientifici hanno trovato nella storia del pensiero geografico, della “geografia culturale” (ai suoi primi vagiti negli anni Ottanta), e della cartografia un ambito particolarmente congeniale.
Nel 1989, richiesto di coordinare una ricerca sull’immagine che la regione marchigiana presentava nella cultura di massa italiana e sulle dinamiche storiche che potevano averla plasmata o modificata, mi sono occupato di ricostruire la genesi dell’identità regionale, secondo un approccio che probabilmente è stato più vicino alla storia della cultura che propriamente alla storia della geografia, ma che trova sostanziali convergenze e parallelismi ideologici tra la definizione dello stereotipo del ”Marchigiano” e gli elementi caratterizzanti la cosidetta ”regione naturale”, come è stata perimetrata e descritta dalla non lontana geografia fisica italiana (Il carattere delle Marche. Genesi di un’identità regionale, 1989).
Dal 1992, grazie alla concessione di un contributo regionale ed alla disponibilità dell’amministrazione comunale di Serra San Quirico (Ancona), che ha messo a disposizione  un edificio storico adeguato, ho potuto raccogliere una collezione storico-cartografica regionale dando vita ad un piccolo museo di storia della cartografia, la “Cartoteca storica regionale delle Marche” della quale sono stato a lungo responsabile e conservatore, la cui dotazione bibliografica mi ha consentito di ovviare in parte alla mia collocazione non accademica consentendomi di attrezzare una biblioteca specializzata. Sono nati in questo ambito alcune guide divulgative: Carte e cartografi delle Marche. La cartografia storica regionale (sec. XV-XIX), 1992, che è stato un’occasione per rimediare a qualche errore ed alle lacune nei quali ero incorso nella redazione dell’Atlante, ha il vantaggio della sintesi e dispone di una bibliografia aggiornata e La chiesa di Santa Lucia e la Cartoteca Storica delle Marche, 1996, sintetica guida al museo, cui è seguita nel 2001 la catalogazione in CD rom della collezione.
Nel 1995 ho catalogato secondo le procedure previste dal Catalogo delle stampe la collezione cartografica storica della Biblioteca comunale di Urbania (l’antica Casteldurante) pubblicato in Mangani Paoli 1996, seguita dalla catalogazione della Collezione cartografica storica della Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro, dedicata all’antico Ducato di Urbino, tra 2000 e 2002.
Negli anni 1992-98 i miei studi si sono rivolti alle idee geografiche di Abramo Ortelio incentrandosi sul significato emblematistico del suo Theatrum orbis terrarum (Anversa 1570, il primo atlante moderno a stampa e forse il libro più venduto del secolo XVI, nonostante fosse anche il più costoso). Un lavoro di ricostruzione dell’ambiente artistico, letterario e scientifico creatosi intorno al grande geografo umanista di Anversa e dei suoi rapporti con la setta religiosa chiamata “la Famiglia dell’Amore” il cui pensiero irenico e cosmopolita appare rispecchiato nell’impianto e nel significato profondo dell’opera orteliana. La ricerca, conclusasi alla fine del 1997, ha toccato tre temi fondamentali: il significato dei “teatri del mondo” nella tradizione mnemotecnica ed ermetica; il significato del Theatrum orbis terrarum di Ortelio e della sua geografia, le relazioni profonde esistenti tra la proiezione cordiforme utilizzata da Ortelio, Mercatore e Fineo con la tradizione ermetica e neoplatonica, temi allora piuttosto “eretici” nell’ambiente scientifico ed accademico, ma oggi entrati nella cosidetta “scienza normale”, anche grazie alla mediazione compiuta nella comunità scientifica da studiosi come David Woodward e Denis Cosgrove che hanno frequentemente citato il mio lavoro, oggi considerato “di riferimento”, come si dice, “fondamentale” per la materia (come si evince dai capitoli dedicati a Ortelio e al XVI secolo della influente History of Cartography, University of Chicago Press, vol. 3.1).
Indice del volume (Il “mondo” di Abramo Ortelio. Misticismo, geografia e collezionismo nel Rinascimento dei Paesi Bassi, Modena, Franco Cosimo Panini Editore, 1998, ristampato nel 2006): Introduzione. Un ritratto. Theatrum mundi. Misticismo e geografia. Musaeum ortelianum. La geografia occhio della storia. Un progetto politico. Cor coeli.

Sintesi. Abramo Ortelio (Anversa, 1527-1598), antiquario, collezionista tra i più autorevoli dei Paesi Bassi, al centro di un cenacolo di artisti, umanisti e cultori degli studi classici, pubblica ad Anversa, nel 1570, il primo atlante geografico a stampa dell’età moderna: il Theatrum orbis terrarum, che diverrà ben presto, dopo numerose riedizioni e traduzioni nelle principali lingue, il libro forse più venduto del secolo XVI, nonostante fosse tra i più costosi.
Con un’indagine che ricostruisce la personalità di Ortelio anche attraverso i suoi rapporti epistolari, scientifici e religiosi entro l’ambiente mistico degli affiliati alla setta clandestina della “Famiglia dell’Amore” di Anversa - popolato dalle personalità intellettuali più importanti e significative del nord Europa (tra le quali Pieter Bruegel il vecchio, il tipografo Cristoforo Plantin, l’orientalista Guillaume Postel, gli artisti Philip Galle e Joris Hoefnagel) - questa monografia indaga sul significato cifrato e profondo della pubblicazione cartografica del grande geografo, sulla sua funzione di simbolo del progetto di pacificazione e di convivenza tra le diverse fedi in lotta in Europa, che costituiva una delle aspirazioni familiste e di gran parte dei movimenti radicali e “libertini” del tempo.
Attraverso l’analisi della funzione irenica e provvidenziale del Theatrum emerge anche, nel volume, il nuovo ruolo esercitato dalla geografia e dalla conoscenza cartografica nella nuova sensibilità religiosa e nelle aspirazioni politiche dell’età della Riforma, entro l’attenzione per un inedito empirismo, ancora profondamente legato alla mentalità simbolica degli emblemi e a quella enciclopedico-astrologica dei “teatri del mondo”.


Recensioni in “Tuttolibri” (La Stampa), n. 1143, 21 gennaio 1999; “Corriere Adriatico” (E. Capodaglio), 13 luglio 1999; “Proposte e Ricerche” (S. Anselmi), n. 42, 1999, pp. 171-173; “Nuncius. Annali di storia della scienza” (C. Tugnoli), fasc. 1, 1999, pp. 328-332; “Filosofia oggi” (C. Tugnoli), n. 88, 1999, pp. 466-469; “Imago Mundi”, n. 51, 1999, 99-51 (183). Uta Lindgren (Università di Bayreuth), in “Kartographische Nachrichten”, 6, 2003, pp. 298-299. È stato inoltre utilizzato come testo consigliato ai corsi di Geografia del Dipartimento di Geografia dell'Università di Bologna (prof. L. Federzoni, Economia) e dell'Università di Torino (prof. P. Sereno).

Anticipazioni di questa indagine sono comparse in:
Giorgio Mangani
Abraham Ortelius and the Hermetic Meaning of the Cordiform Projection, “Imago Mundi”, n. 50, 1998.

Giorgio Mangani
De providentiele betekenis van het Theatrum orbis terrarum, in Abraham Ortelius (1527-1598), cartograaf en humanist,  Turnhout, Brepols Publishers, 1998, pp. 93-103. Testo disponibile anche in edizione francese (1998).

Una occasione di discussione delle mie riflessioni pubblicate sul volume è stata la tavola rotonda tenuta alla XVIII Conferenza int. di Storia della Cartografia (Atene, 11-16 luglio 1999) cui hanno partecipato, oltre me, Lucia Nuti (Un. di Pisa), Peter van der Krogt (Un. di Utrecht), Kess Zandvliet (Rijksmuseum, Amsterdam), presieduta da Dennis Reinhartz (Un. del Texas ad Arlington). In mancanza degli atti il testo del mio intervento è scaricabile sul mio sito  www.giorgiomangani.it.
Nel 1997 mi è stato commissionato un intervento al Convegno “Giuseppe Toaldo e il suo tempo. Nel bicentenario della morte”, organizzato a Padova dall’Università e dall’Osservatorio astronomico, insieme con l’Accademia Patavina di scienze, lettere ed arti e il Seminario vescovile di Padova (10-13 novembre 1997), sul tema “Giovanni Antonio Rizzi Zannoni e i suoi rapporti con Giuseppe Toaldo”.
Nella relazione e poi nel testo pubblicato sugli atti del convegno (2000) ho potuto indagare il periodo 1773-1781 della vita e dell’attività scientifica del cartografo padovano Rizzi Zannoni, cerniera tra il suo ritorno in Italia dopo la lunga permanenza all’estero e in Francia e il definitivo trasferimento a Napoli, dove fonderà l’Officina Cartografica del Regno di Napoli. Ne emerge un’intensa attività di progettazione e di studio, nell’ambiente di Giuseppe Toaldo, nel corso della quale Rizzi Zannoni collabora (forse delineandone il disegno) al progetto dell’Atlante Novissimo dell’editore veneziano Antonio Zatta, per il quale mi pare di poter dimostrare con documenti originali che egli scrive il testo dei Saggi preliminari di geografia, saggio che apre l’atlante senza indicazione dell’autore.

La cartografia morale
Il forte carattere “persuasivo” dell’atlante di Ortelio poteva costituire un caso particolare e così mi era sembrato fino al 1998, ma studiando la storia della cartografia a stampa dal secolo XVI in poi con in mente quella esperienza, le cose mi sono apparse molto diverse. Nella sostanza tutti gli atlanti cartografici di quel periodo sembravano funzionare in quello stesso modo. Ne è seguita una seconda indagine che ho definito “Cartografia morale”.
Nel corso dell'agosto e settembre 2001, quale Fellow dell' Hermon Dunlap Center for the History of Cartography della Newberry Library di Chicago, ho infatti potuto sviluppare un'indagine su questo tema in previsione della stesura di una monografia.


L'idea generale dell'indagine
Il paradigma della mappa ha condizionato profondamente l’evoluzione del pensiero scientifico moderno, ma anche della religione, dell’arte della memoria e della letteratura.
Avvalendosi di una trentennale confidenza con lo studio della cartografia storica, Giorgio Mangani spiega in questo saggio i fondamenti retorici del funzionamento delle carte geografiche (il cosiddetto mapping) e sottolinea la loro funzione di strumenti per organizzare il pensiero, per memorizzare, argomentare, in definitiva per persuadere. Fu per questo motivo che descrizioni geografiche e mappe, prima di diventare quel che sono oggi, furono prevalentemente utilizzate come strumenti dell’argomentazione e della classificazione. Ciò spiega anche per quali motivi il saggio sperimentale teorizzato dalla nuova scienza baconiana del XVII secolo abbia utilizzato come modelli, alla sua nascita e consapevolmente, la cartografia e il racconto di viaggio.
Sfruttata per disporre gli argomenti in modo memorizzabile e persuasivo, la cartografia (una scienza non a caso imparentata con la “topica” della retorica antica) è stata infatti per secoli quello che per noi sono oggi la scienza della comunicazione e della pubblicità (anche gli atlanti del secolo XVI furono percepiti socialmente come nuovi “mezzi di comunicazione”, capaci di anticipare il linguaggio televisivo moderno). Di qui il peso determinante esercitato dalle mappe e dal mapping nello sviluppo della autoconsapevolezza individuale moderna e delle cosidette identità nazionali e locali.
Come sottolinea l’autore, non sono state le mappe a veicolare i simboli, ma è stata piuttosto la logica del simbolo a fondarsi sul linguaggio cartografico.
Un’analisi della retorica cartografica indispensabile a tutti coloro che fanno uso di mappe e vogliono capirne, oltre al fascino, l’enorme potere che esse mettono in campo.

Indice: Souvenir dal vallo adriano. Introduzione. Parte I -  Loci. 1. Misurare calcolare pregare. 2. Topografie persuasive. 3. Mappe di biblioteche. 4. Mandala medievali. 5. Mappamondi, globi e palle di cristallo. 6. Cuori ardenti: evangelizzare con i mappamondi. Parte II – Carte d’identità.  1. Parerga. 2. Isolari. 3. Progetti di identità. 4. Curiosità cartografiche  5. Dal racconto di viaggio al saggio sperimentale.

Le riflessioni dedicate all’opera di Abramo Ortelio e alla “Cartografia morale” hanno stimolato la riflessione, tra gli altri, di Denis Cosgrove (University of California, Los Angeles, scomparso nel 2008), come dichiarato da alcuni suoi allievi (cfr. la sezione Scritti e recensioni sul lavoro di Giorgio Mangani più avanti).


“Città per pregare”
L’indagine sulla cartografia morale, in fase conclusiva, ha aperto nuovi filoni di ricerca: il rapporto storico intercorso tra la rappresentazione del paesaggio, l’iconografia dei parerga (gli sfondi naturalistici dei dipinti) e la Topica (nel senso retorico della parola) ha consentito di aprire un nuovo fronte di interpretazione del “paesaggio culturale”, non più solo come documento storico ed estetico, ma come espressione e sceneggiatura di modelli morali normativi analoga a quella messa in campo nella cartografia. In questa direzione si sono mossi i miei successivi studi (2004-2007) sul paesaggio, che riprendono in modo completamente nuovo le mie indagini degli anni Ottanta: il paesaggio, in quanto struttura territoriale e insieme di valori culturali, è sempre impiegato come “luogo” di rappresentazione morale.
Il rapporto profondo rivelatosi nelle mie ricerche tra tecniche meditative e immagini geografiche ha prodotto indagini in corso sulla funzione “progettuale” dell’iconografia urbana in genere e in modo particolare di quella utilizzata nella propaganda religiosa del XV secolo (indagata nel progetto di ricerca “Icone urbane”). La stessa relazione cartografi / arte della memoria / attività meditativa va offrendo modelli di spiegazione innovativi di quella iconografia geografica che passa sotto la generica definizione di “curiosità cartografiche”. L’uso della metafora zoo e antropomorfa, per esempio, per la rappresentazione delle regioni geografiche, che si sviluppa nel XVI secolo, appare una conseguenza delle pratiche meditative e sfocia, in età coloniale, nella contemporanea, nascente iconografia e narrazione pornografica, ispirata dai racconti di scoperta (cfr. pubblicazioni  2004-2006).
Le “curiosità cartografiche” diventano così, attraverso lo stress cui viene sottoposto il linguaggio cartografico, rivelatrici del significato più profondo delle carte, quello di strumenti per la memorizzazione e per la meditazione (da cui la loro vocazione “persuasiva”) e, in età cristiana, per la preghiera interiore, aprendo uno scenario completamente nuovo per la comprensione del significato profondo dei paesaggi (veri e rappresentati), delle rappresentazioni architettoniche e urbane (come le famose “Città ideali” di Urbino, Baltimora e Berlino) e di tutto un filone di arte suntuaria come gli armadi, i lettucci rinascimentali, gli stipi, gli stalli dei cori, decorati con immagini gaeografiche, che ha costituito materia di riflessione degli ultimi anni.

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